Stava seduto composto, nel suo posto al finestrino, con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto.
"Mi scusi è libero questo?" chiesi cortesemente, avvicinando appena il mio viso al suo.
Non si voltò nemmeno per guardarmi e mi si rispose un timido "si".
Mi sedetti anch'io nel vagone numero 5, mentre il treno sfrecciava tra le verdi colline toscane, pronto ad attraccare ad un altra stazione per ingerire e vomitare altri viaggiatori.
Ero seduta proprio di fronte a lui... il vetro si appannava leggermente al suo respirare e i suoi occhi, grigi, coperti da un velo di maliconia, sembravano seguire lo sfuggevole panorama.
Stringeva tra le mani un libro, chiuso, con uno scontrino che fuggiva dalla pagina che doveva tenere come segno.
"Alla ricerca del tempo perduto", Marcel Proust, edizione Mondadori. Copertina bianca, scritta rossa.
Le dita di quell'uomo tamburellavano nervose sopra il tomo producendo un piacevole rumore. Continuavo ad osservarlo, come se avesse dentro di se una calamita che non mi permettesse di togliergli gli occhi di dosso.
"Mi scusi, va a Roma?" Mi permisi di interrompere il suo flusso di pesieri, incuriosita com'ero da quello strano personaggio.
Quando viaggio sono solita osservare gli altri esseri umani; li osservo e prendo appunti, chissà che mai potrebbero diventare protanisti di altri racconti più fortunati per la mia carriera da scrittrice. Se c'è qualche soggetto che mi incuriosisce, mi costruisco tutta la loro storia nella mia mente, prendendo spunto dai lineamenti del loro viso, dal loro sguardo, dal loro comportamento in ambienti affollati come quelli.
"Si", questa volta mi guardò, incuirosito forse dalla mia domanda, dal mio spregiudicato modo di approcciarmi.
I suoi occhi si incontrarono con i miei e un brivido di freddo mi percorse la spina dorsale. Uno sguardo fermo, triste e malinconico.
Indossava un cappotto nero, con dei pantaloni a costine beje e scarponcini da montagna marroni. Continuava a guardarmi come se il paesaggio avesse perso di fascino ma ci fosse qualcosa ben più importante a cui donare la sua attenzione.
Imbarazzata dissi "Anch'io vado a Roma..."
Cadde un silenzio di tomba. Mi sembrò che passarono delle intere ore, mentre invece dopo pochi secondi mi disse
"Signorina, lei pensa mai al suo passato?"
La domanda mi lasciò di stucco... non sapevo cosa rispondere, non sapevo se avrei dato la risposta giusta o sbagliata. Non sapevo come mai, ma non volevo deludere le sue aspettative.
"Bhè... si... come tutti credo" Questa fu la mia risposta quasi sussurrata.
"Come tutti" ripetè l'uomo tornando ai suoi paesaggi.
Dopo alcuni attimi decisi di interrompere ancora il silenzio che era caduto tra di noi come un pesantissimo masso:
"E lei? Lei pensa mai al suo passato?"
Prese fiato prima di rispondere, lo vidi ponderare prima di produrre qualsiasi suono... apriva la bocca ma non ne usciva nulla, come se stesse cercando la combinazione adatta per dare una risposta non banale. Le sue dita improvvisamente si fermarono e il libro scivolò di poco sulle sue ginocchia, ma prontamente non lo fece cadere.
"Io... Io penso spesso al mio passato - iniziò - il mio passato influenza il mio presente e il mio futuro. Ho commesso degli errori, in passato e non vorrei commetterli nuovamente ora, ma mi trovo sempre nelle medesime situazioni. Dicono che la storia insegna, questo detto non vale per me."
Ci fu un momento di pausa, dove l'uomo riordinò i suoi pensieri, gettò uno sguardo fuori dal finestrino e riprese il suo monologo
"Creo sofferenza. Io creo solo sofferenza: soffro io, e faccio soffrire chi mi è accanto. Non sono capace di rendere qualcuno felice. Non vorrei essere causa di sofferenze altrui ma invece mi trovo sempre ad esserlo e questo pensiero mi tormenta, mi lacera cuore e mente.
Lei signorina mi chiede se penso al passato? Il mio passato mi perseguita, sono ossessionato da quello che sono stato perchè purtroppo lo sono ancora. Non riesco a chiudere i capitoli della mia vita, ma li lascio sempre in sospeso aspettando che arrivi qualche uccello a portarseli via. Vorrei poter trovare il modo per poterlo cancellare e per poter iniziare nuovamente da capo. Quello che mi manca è il tempo. Io rincorro il tempo ma questo mi sfugge, non riesco mai a prenderlo. Lei signorina c'è mai riuscita? C'è forse qualcuno che è mai riuscita ad avere delle giornate di 25 ore? Qualcuno mi doveva avvertire se ciò fosse accaduto, ma non ho mai ricevuto nessuna notizia a proposito.Per l''anagrafe ho appena compiuto 40 anni. QUARANTA. Un uomo forse a 40 anni non è più degno di sognare e di cercare di realizzare i proprio sogni? Un'uomo a quarant'anni non è più forse degno di innamorarsi e di voler essere felice? Ma come si fa signorina ad essere felici quando si ha la paura di ricommettere di nuovo gli stessi errori? Son forse io ad essere sbagliato allora mi chiedo?! O son tutti fatti come me e io ne sono all'oscuro? Un'uomo a quarant'anni può avere ancora il desiderio di essere padre o gli è negato anche questo? Forse non dovrei farle tutte queste domande... lei, in fin dei conti, mi aveva solo domandato se andavo o meno a Roma. Mi scusi signorina per averle vomitato addosso tutte queste parole, ma sa, le parole a volte sono lame fendenti che feriscono più di qualsiasi spada, altre volte ti sollvano fino a toccare il cielo con un dito, altre volte vorresti averle pronunciate invece di lasciare silenzi incolmabili che con il tempo diventano fossi talmente tanto profondi e larghi che nessun architetto, o ingegnere o chicchessia potrebbe costruire un ponte per ricongiungere una parte all'altra."
Rimasi a bocca aperta... ad una domanda fatta solo per attaccare bottone mi si era riversato addosso tutta l'esistenza di un essere umano. Questa volta ero andata oltre a quello che avrei sperato. Incredula dalle lunghe frasi che quell'uomo aveva messo una dietro l'altra, mi presi qualche minuto per riordinare i miei pensieri, i miei appunti... che risposta dare a tutto ciò? Avrei potuto iniziare anch'io con un lunghissimo monologo citando frasi fatte e luoghi comuni, dispensando consigli che nemmeno io avrei seguito. Forse era quello che quell'uomo voleva ma non era quello che avrei voluto io. Gettai un lungo sguardo fuori dal finestrino e vidi che eravamo quasi arrivati a destinazione. Mi rivolsi a lui con un tono più famigliare di quello usato inzialmente, appoggiai il mento sulle mani e i gomiti sulle ginocchia, e guardandolo dal basso verso l'alto dissi:
"Ha programmi per pranzo?"