domenica 20 maggio 2012

Dolce dormire

Saltavi da una nuvola all'altra con leggiadria. Dicevi "vieni anche tu, sono morbide ed è bellissimo" Così mi invitavi ad imitare il tuo dolce camminare sospesa a mezz'aria con tutto il mondo sotto.

"Guarda giù, com'è piccola casa" incando la vecchia dimora che fu di mio padre, del padre di mio padre, e del padre del padre di mio padre. Tre generazioni passarono per quelle mura... chissà quanta storia avranno assorbito e quante potrebbero raccontarci.

Di quella volta che papà cadde dalle scale e si spaccò il naso e giù di corsa con una vecchia bicicletta dal dottore del paese per fargli fasciare la testa da farlo sembrare una mummia.
O di quella volta che alla nonna le si alzò la sottana per colpa di una folata di vento e i vicini le fischiarono perchè le si erano viste le ginocchia. Il nonno non le aveva parlato per quasi una settimana  arrabbiato per il "disonore" che aveva provocato al loro matrimonio.
Potevano raccontarti di quanto io volessi bene a mia sorella, delle nostri notti insieme a dividere il letto, dei giochi fatti e delle botte dateci, delle liti e dei pianti.
Quanto avresti potuto imparare se quelle mura fossero dotate di parola... di memoria lo erano sicuro.

"Vieni presto, si sta avvicinando un temporale... corriamo di qua al riparo" Mi riprendesti mentre ero persa nei miei pensieri, nella nostalgia.

Correvi così veloce che era difficile per me tenere il passo, l'età avanzava inesorabilmente e mi impediva di avere quello slancio vitale che avrei voluto avere per insegnarti ciò che avevo imparato io, ma la fatica me lo impediva. E allora lentamente saltavo da una nuvola all'altra stando ben attenta a non sbilanciarmi troppo per non cadere nel vuoto.

Ma quante volte ero caduta? E quante altre mi ero rialzata. Volevo raccontarti di quella volta che caddi nel fiume a 10 anni e dallo spavento invocai mia madre. Volevo raccontarti di quella volta che lui mi spezzò il cuore e io con pazienza lo rimisi a posto, pezzetto per pezzetto ricomponendolo come un puzzle. Ma il tempo scivolava tra me e te ad una velocità indescrivibile che le poche ora passate insieme non sarebbero bastate.

"Dai corri altrimenti ti bagnerai"

E io correvo e cercavo di raggiungerti ma tu sei stata troppo veloce per me... hop hop hop sei saltata su di una nuvola e non ti ho vista più.

D'improvviso mi svegliai con il letto che tremava. Sei stata solo un songno? Ti ho cercata accanto a me nella speranza di ritrovarti. Mi sono toccata il ventre... fortunatamente il tempo per noi deve ancora venire.

domenica 13 maggio 2012

La crisi non scelta


La non possibilità di scegliere avanza sempre più spietata.
E' una guerra all'ultimo sangue. Ci hanno stretto in una morsa dove per fare un tirocinio GRATIS devi avere ALMENO 2 anni di esperienza.

Stiamo vivendo un momento storico - sociale - economico dove esistono gli stage non retribuiti per la fare la cameriera ai piani, dove i master ti promettono l'inserimento nel mondo del lavoro ma si inseriscono esclusivamente nel tuo portafoglio; dove tante piccoli studenti, tra la disperazione e l'angoscia spendono tempo e denaro per fare un investimento sbagliato.

Tutto è il contrario di tutto.

Qualche anno fa se lavoravi venivi retribuito, ora devi pagare per lavorare e la retribuzione la vedi con il binocolo. E la pensione? Un miraggio in un deserto fatto di bugie e malaffare.

"Cambiare lavoro" è diventata una frase eretica. In un momento come questo non si lascia la poltrona sicura per una molto incerta... ce ne danno chiaro insegnamento i nostri cari politici che si occupano di riempirsi la bocca di parole prestigiose e i portafogli di diamanti comprati con i nostri rimborsi elettorali.
Rimborsi elettorali che un referendum aveva abolito ma chissà come mai, sotto un altro nome è ricomparso. Ce la fanno sotto al naso... è come rubare un lecca lecca ad un bambino.

Tra le altre cose ci hanno rubato la possibilità di scegliere, tant'è che non abbiamo nemmeno più scelta di voto. "Si vota il meno peggio" si dice. Ma perchè devo dare il mio voto a chi di amministrazione locale non ci capisce niente, non ha la più pallida idea di come allocare le risorse e spara merda sulla politica portando avanti un "anti-politica" politica?

E' tutto sotto-sopra. Ciò che è giusto è sbagliato e viceversa.

Non abbiamo più la possibilità di scelta...è questa la vera CRISI esistenziale dei giovani inoccupati.

Ci si aggrappa all'unica libertà che ancora nessuno ha provato ad intaccare, quella di sognare.
E allora sogno un giorno di poter scegliere la mia professione, di poter diventare indipendente e restituire i denari che i miei genitori hanno speso per la mia formazione. Sogno di comprare una casa, di avere un cane e un LAVORO che è un DIRITTO di ogni cittadino italiano.
Sono di poter scegliere.

sabato 22 gennaio 2011

Dedicato a te

Incocludente nei suoi mille interessi. L'unica vera religione che egli seguiva era quella di San Dostoevskij da Mosca. Proust e Tolsoj erano i seguenti, in ordine di comparsa.
Moriva nei suoi sensi di colpa ogni notte, e si risvegliava ogni mattina nell'inferno della vita che si era creato attorno.
Un mucchio di libri impolverati le facevano da cornice, ma nel suo cuore nemmeno un pezzetto di bontà era rimasto da donare ai ricchi di spirito.
La cultura, la lettura, il sapere, erano i suoi unici grandi interessi, seguiti poi dal calcio, da lavoro e quanlche volta dal sesso, sporadico ma intenso.
Si raccoglieva dal letto, per sua stessa volontà, per poi gettarsi sotto lo scrosciare dell'acqua della doccia. Si vestiva, beveva il suo caffè pucciandoci dentro qualche biscotto, oggi si e domani no, e si accingeva alla porta che lo avrebbe condotto fuori da quel buco di ricordi sbiaditi, come il suo cuore.
Le foto appese ai muri, raccotavano di una felicità illusoria ormai passata da anni, forse nemmeno mai esistita. Un sorriso stampato su ogni viso incorniciato nelle istantanee, quel sorriso lui non se lo ricordava nemmeno più.
La parola d'ordine era: fuggire. Scappare da ogni altra responsabilità che non fosse quella d'ufficio. Svincolarsi dall'amore di una giovane donna per catapultarsi nel suo mondo di inetti, scritto sulle pagine ingiallite di un libro edito mondadori.
Tagliare i ponti con il passato, sarebbe stato troppo semplice. Prendere in mano il proprio destino: un'impresa eroica troppo per un uomo come lui.
Si nascondeva dietro le sue "scuse" i suoi dolori, le sue paranoie, le sue paure, senza nemmeno provare a fare un passo avanti in qualche dannata direzione. Docunque egli avesse deciso di andare avrebbe comunque perso qualcosa. E la perdita, più di ogni altra cosa, ch'egli non riusciva a digerire. Il dover, per forza, per volere divino, perdere una donna, un'amante, una felicità, un futuro o un passato.
Perdere e lasciarsi dietro.
Aspettava, come il Leone di Dorothy, di andare dal amgo di Oz per chiedergli un pò di coraggio.
Se ne stava lì, con la coda in mano ad osservare la sua vita e quella degli altri passargli davanti, intrecciarsi e sciogliersi poi come neve al sole.
Giorno per giorno. Anno per anno.
E alla soglia dei suoi primi "anta" entrò finlmente, in uno spirito combattivo, come il Don Chisciotte arruolò il suo Sancho Panza, e riuscì finalmente a vedere dietro la prostituta la principessa, dietro al tradimento l'amore, dietro ai sensi di colpa il rispetto.
Riprese colore il suo mondo, si tolse i sassolini dalle scarpe e riempì d'amore il suo cuore.
Ebbe la fortuna che pochi hanno: rinascere.

giovedì 23 dicembre 2010

Aspettando il Natale


Aspettando l'incombere di un altra notte, se ne stava seduta sulla sua poltrona a dondolo con il taccuino in mano e la penna colante di inchiostro nero.

Gli occhialetti a mezza luna appoggiati sul nasino a patata, quel suo viso morbido e delicato solcato dalle rughe del tempo.

Dondolava fumando dolcemente l'ennesima sigaretta del giorno, facendo perdere il suo sguardo tra le luci a intermittenza delle case di fronte.

Arrivava Natale... come ogni benedetto anno che trascorreva sola, chiusa nel suo guscio immerso nel calore del focolare della propria famiglia. Arrivava il Natale, un altro anno si stava spegnendo e se lo sarebbe lasciato dietro di se, come sempre... avrebbe accolto il nuovo anno con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto l'anno precedente, e quello precedente ancora e così ad andare fino quando ne aveva memoria.

Le tornavano alla mente le notti passate sveglie fino a tardi, in camicia da notte, e uscire al freddo della terrazza per accendere i fuochi di artificio sotto l'occhio vigile di suo padre. Guardare meravigliata la magia del luccichio nel buio pesto della notte. Il campanile addobbato a tema assumeva uno strano tono poetico. Le cime, spesso innevate incorniciavano quel piccolo pezzo di paradiso.

Eppure tanti anni erano trascorsi da quei lontani momenti felici e spensierati. Erano tramontati tanti soli e altrettante lune avevano fatto capoliono tra le colline.

Il vetro della finestra si appannava a ogni suo sbuffata di fumo. Stringeva i denti e tirava i muscoli...non si voleva arrendere al semplice trascorrere del tempo. Avrebbe voluto di più per la sua vita, ora che poteva starsene in compagnia dei suoi pensieri pensava a quanto tempo buttato insieme all'immondizia con noncuranza, solo per la voglia di fare niente.

Annoiata dal ticchettio continuo dell'orologio era arrivata a pensare che non sarebbe servito a niente potersi riscattare con la vita propria e con quella degli altri. Continuare a cercare un senso, uno spicchio di felicità in mezzo a un mondo prvo di colori sarebbe stato solo un ulteriore perdita di tempo.

E allora, saluta calorosamente i viandanti trascurati dalle mogli e dai figli, e in cerca di calore.

Dondolava, al ritmo della sinfonia che usciva dal mangiadischi comprato al mercato dele pulci qualche tempo prima...

Dondolava mentre la sigaretta le bruciò le dita e il suo cuore smise di battere.

venerdì 17 dicembre 2010

L'amore che si accontenta

Dal finestrino appannato guardava scorrere via le strade, le auto che sfrecciavano ad alta velocità nella corsia accanto, le case, i paesi, le città... Il vetro si appannavana e Giorgia ci faceva un cerchio con la mano inguantata, un piccolo oblò sul mondo. L'impianto stereo masticava un cd dei genenis, e l'uomo a fianco, in silenzio, guidava.

Un susseguirsi di ricordi le giunsero alla mente mentre il suo sguardo fisso si perdeva nel vuoto del buio incombente: la salita sull'aereo alle 7:30 di mattino. La caduta dalle scale prima di uscire dal portone di casa stracarica di valige. La consapevolezza del ritorno e l'incoscenza dell'incontro.

Le parole buttate nell'angolo, i progetti distrutti da un semplice soffio di vento, i silenzi... pesanti... quelli arrivavano quando meno se lo aspettava, e rimanevano lì... tra lei e lui. Muri alti metri, così ingombranti da sentirsi schiacciati e soffocati in qualsiasi luogo. Silenzi come quello che aveva pervaso l'abitacolo dell'auto che andava ai 120 km/h. Silenzi che nemmeno la musica poteva riempire. Giorgia era spaventata da tutto ciò, si chiedeva: "Ma se fosse vero amore tutto questo non dovrebbe succedere, i silenzi non dovrebbero esistere, le lacrime non dovrebbero scendere"

"Forse,- pensava, - forse allora è tutta un'illusione."

Come Alice, anche Giorgia aveva voluto seguire il coniglio con il panciotto e l'orologio che urlava contro il tempo. Anche Giorgia, a suo tempo, si era buttata a occhi chiusi dentro la buca non sapendo bene a cosa sarebbe andata incontro.

Con l'ingenuità della sua giovinezza, e la speranza di non rimanere ferita, Giorgia non aveva guardato in faccia a nessuno. "Bando alle ciance" e via s'era incominciato il gioco che era rimasto tale solo per i primi 45 giorni.

La macchina continuava a macinare kilometri e kilometri, e i pensieri di Giorgia riuscivano ad andare ancora più veloci. Passò in rassegna quasi tutto l'ultimo anno, chiedendosi cosa di buono avesse fatto. I premi ricevuti al lavoro, certo, l'avevano riempita di orgoglio, ma quella storia che le stava scivolando tra le dita, come sabbia... quello la rendeva vulnerabile. Eppure non riusciva a capire cosa potesse essere andato storto. Dopo anni di convivenza, viaggi insieme, nottate passate in bianco per assisterlo mentre rigettava la cena, amici, parenti, sorrisi, pianti, urla tirate addosso come piatti.E via, a salutare un altro anno passato, e a festeggiare quello venturo.

Frasi sbagliate, non volute eppure pronunciate. Gesti non fatti, silenzi lasciati vuoti, i "non importa" che nel frattempo procuravano crepe sempre più profonde nel cuore. Ed ora: lasciare andare o ritentare?!

A 35 anni rimettersi sulla piazza non è facile, si diceva Giorgia, ma neppure negarsi la felicità stagnando in una relazione giunta alla deriva è dignitoso. Gli anni passano, e il desiderio di avere un figlio diventa sempre più un miraggio.

Si volta, lo guarda, lui guida con lo sguardo fisso davanti a se... Giorgia apre la bocca ma non le esce nessun suono.

"Chi si accontenta gode" - diceva il detto.L'amor

lunedì 4 ottobre 2010

Il viaggio in treno

Stava seduto composto, nel suo posto al finestrino, con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto.

"Mi scusi è libero questo?" chiesi cortesemente, avvicinando appena il mio viso al suo.

Non si voltò nemmeno per guardarmi e mi si rispose un timido "si".

Mi sedetti anch'io nel vagone numero 5, mentre il treno sfrecciava tra le verdi colline toscane, pronto ad attraccare ad un altra stazione per ingerire e vomitare altri viaggiatori.

Ero seduta proprio di fronte a lui... il vetro si appannava leggermente al suo respirare e i suoi occhi, grigi, coperti da un velo di maliconia, sembravano seguire lo sfuggevole panorama.

Stringeva tra le mani un libro, chiuso, con uno scontrino che fuggiva dalla pagina che doveva tenere come segno.

"Alla ricerca del tempo perduto", Marcel Proust, edizione Mondadori. Copertina bianca, scritta rossa.

Le dita di quell'uomo tamburellavano nervose sopra il tomo producendo un piacevole rumore. Continuavo ad osservarlo, come se avesse dentro di se una calamita che non mi permettesse di togliergli gli occhi di dosso.

"Mi scusi, va a Roma?" Mi permisi di interrompere il suo flusso di pesieri, incuriosita com'ero da quello strano personaggio.

Quando viaggio sono solita osservare gli altri esseri umani; li osservo e prendo appunti, chissà che mai potrebbero diventare protanisti di altri racconti più fortunati per la mia carriera da scrittrice. Se c'è qualche soggetto che mi incuriosisce, mi costruisco tutta la loro storia nella mia mente, prendendo spunto dai lineamenti del loro viso, dal loro sguardo, dal loro comportamento in ambienti affollati come quelli.

"Si", questa volta mi guardò, incuirosito forse dalla mia domanda, dal mio spregiudicato modo di approcciarmi.

I suoi occhi si incontrarono con i miei e un brivido di freddo mi percorse la spina dorsale. Uno sguardo fermo, triste e malinconico.

Indossava un cappotto nero, con dei pantaloni a costine beje e scarponcini da montagna marroni. Continuava a guardarmi come se il paesaggio avesse perso di fascino ma ci fosse qualcosa ben più importante a cui donare la sua attenzione.

Imbarazzata dissi "Anch'io vado a Roma..."

Cadde un silenzio di tomba. Mi sembrò che passarono delle intere ore, mentre invece dopo pochi secondi mi disse

"Signorina, lei pensa mai al suo passato?"

La domanda mi lasciò di stucco... non sapevo cosa rispondere, non sapevo se avrei dato la risposta giusta o sbagliata. Non sapevo come mai, ma non volevo deludere le sue aspettative.

"Bhè... si... come tutti credo" Questa fu la mia risposta quasi sussurrata.

"Come tutti" ripetè l'uomo tornando ai suoi paesaggi.

Dopo alcuni attimi decisi di interrompere ancora il silenzio che era caduto tra di noi come un pesantissimo masso:

"E lei? Lei pensa mai al suo passato?"

Prese fiato prima di rispondere, lo vidi ponderare prima di produrre qualsiasi suono... apriva la bocca ma non ne usciva nulla, come se stesse cercando la combinazione adatta per dare una risposta non banale. Le sue dita improvvisamente si fermarono e il libro scivolò di poco sulle sue ginocchia, ma prontamente non lo fece cadere.

"Io... Io penso spesso al mio passato - iniziò - il mio passato influenza il mio presente e il mio futuro. Ho commesso degli errori, in passato e non vorrei commetterli nuovamente ora, ma mi trovo sempre nelle medesime situazioni. Dicono che la storia insegna, questo detto non vale per me."

Ci fu un momento di pausa, dove l'uomo riordinò i suoi pensieri, gettò uno sguardo fuori dal finestrino e riprese il suo monologo

"Creo sofferenza. Io creo solo sofferenza: soffro io, e faccio soffrire chi mi è accanto. Non sono capace di rendere qualcuno felice. Non vorrei essere causa di sofferenze altrui ma invece mi trovo sempre ad esserlo e questo pensiero mi tormenta, mi lacera cuore e mente.

Lei signorina mi chiede se penso al passato? Il mio passato mi perseguita, sono ossessionato da quello che sono stato perchè purtroppo lo sono ancora. Non riesco a chiudere i capitoli della mia vita, ma li lascio sempre in sospeso aspettando che arrivi qualche uccello a portarseli via. Vorrei poter trovare il modo per poterlo cancellare e per poter iniziare nuovamente da capo. Quello che mi manca è il tempo. Io rincorro il tempo ma questo mi sfugge, non riesco mai a prenderlo. Lei signorina c'è mai riuscita? C'è forse qualcuno che è mai riuscita ad avere delle giornate di 25 ore? Qualcuno mi doveva avvertire se ciò fosse accaduto, ma non ho mai ricevuto nessuna notizia a proposito.Per l''anagrafe ho appena compiuto 40 anni. QUARANTA. Un uomo forse a 40 anni non è più degno di sognare e di cercare di realizzare i proprio sogni? Un'uomo a quarant'anni non è più forse degno di innamorarsi e di voler essere felice? Ma come si fa signorina ad essere felici quando si ha la paura di ricommettere di nuovo gli stessi errori? Son forse io ad essere sbagliato allora mi chiedo?! O son tutti fatti come me e io ne sono all'oscuro? Un'uomo a quarant'anni può avere ancora il desiderio di essere padre o gli è negato anche questo? Forse non dovrei farle tutte queste domande... lei, in fin dei conti, mi aveva solo domandato se andavo o meno a Roma. Mi scusi signorina per averle vomitato addosso tutte queste parole, ma sa, le parole a volte sono lame fendenti che feriscono più di qualsiasi spada, altre volte ti sollvano fino a toccare il cielo con un dito, altre volte vorresti averle pronunciate invece di lasciare silenzi incolmabili che con il tempo diventano fossi talmente tanto profondi e larghi che nessun architetto, o ingegnere o chicchessia potrebbe costruire un ponte per ricongiungere una parte all'altra."

Rimasi a bocca aperta... ad una domanda fatta solo per attaccare bottone mi si era riversato addosso tutta l'esistenza di un essere umano. Questa volta ero andata oltre a quello che avrei sperato. Incredula dalle lunghe frasi che quell'uomo aveva messo una dietro l'altra, mi presi qualche minuto per riordinare i miei pensieri, i miei appunti... che risposta dare a tutto ciò? Avrei potuto iniziare anch'io con un lunghissimo monologo citando frasi fatte e luoghi comuni, dispensando consigli che nemmeno io avrei seguito. Forse era quello che quell'uomo voleva ma non era quello che avrei voluto io. Gettai un lungo sguardo fuori dal finestrino e vidi che eravamo quasi arrivati a destinazione. Mi rivolsi a lui con un tono più famigliare di quello usato inzialmente, appoggiai il mento sulle mani e i gomiti sulle ginocchia, e guardandolo dal basso verso l'alto dissi:

"Ha programmi per pranzo?"

giovedì 26 agosto 2010